lunedì 23 novembre 2009

Book Review: "La terre avant les dinosaures"



Sébastien Steyer, illustrazioni di Alain Bénéteau, La terre avant les dinosaures, Paris, Belin, 2009; € 25,00.

Ottimo testo che ho letto con gran piacere. Scorrevole, dedicato a tutti lettori che non vogliono vivere di soli dinosauri. Le illustrazioni sono molto belle e Steyer dà prova di una notevole abilità nell'inanellare i passaggi da un capitolo all'altro con verve e leggerezza. La chiarezza è il primo requisito per un testo di (alta) divulgazione scientifica, e Steyer - paleontologo del CNRS - riesce in pieno nell'intento di essere chiaro e conciso senza per questo sacrificare nulla della precisione necessaria a rendere il testo una lettura interessante anche agli addetti del mestiere - ottima possibilità per fare il "punto della situazione". Un po' di spazio in più dedicato ai terapsidi non mi sarebbe dispiaciuto, ma tant'è: Steyer è bravissimo nel raccontare le storie dei primi tetrapodi e dell'andirivieni evoluzionistico di questi dall'acqua. Un rapporto con l'elemento acquatico che oggi sembra destinato a dire (quasi) l'ultima sulla questione: non un'uscita dall'acqua al seguito della chiamata di un "pifferaio magico", come un plotone pronto ad invadere i contineti terrestri, bensì corsi e ricorsi pelagici, un eterno incontro-scontro con il mare. Una chiamata alla terraferma, dunque, che si è avvicendata più volte con il fascino del ritorno all'acqua. In questo turn-over sfilano i protagonisti di quella che una volta era conosciuta come "conquista della terra". Steyer decide di passare in rassegna i periodi diacronici seguendo la storia di un taxon specifico e - fatto ancora più interessante - della sua storia: scoperta, datazione, nomenclatura, interpretazioni, errori e progressi, etc.
Completa il libro una piccola guida alle meraviglie della paleontologia moderna.
Nella carrellata dal Devoniano superiore al Triassico superiore, trovano così posto Latimeria, Lepidosiren, Eusthenopteron, Panderychtis, Tiktaalik, Acanthostega, Ichtyostega, Crassigyrinus, Spathicephalus, Balanerpeton, Saharastega, Eryops, Nigerpeton, Edingerella, Doleserpeton, Amphibamus, Eocaecilia, Karaurus, Chunerpeton, Andrias, Triadobatrachus, Brachydectes, Microbrachis, Diplocaulus, Ophiderpeton, Chroniosuchus, Seymouria, Discosauriscus, Limnoscelis, Diadectes, Mesosaurus, Eudibamus, Hylonomus, Aphelosaurus, Coelurosauravus, Longisquama, Hypuronector, Drepanosaurus, Megalancosaurus, Archaeothyris, Dimetodon, Suminia, Dicynodon, Oligokyphus, Pachygenelus. Oltre a questi vengono trattai con dovizia di particolari anche taxa sui quali ha lavorato o sta lavorando Steyer: "le précieux du Lesotho", frammento del cranio di un anfibio di 210 milioni di anni di ben otto metri (stimati) di lunghezza; Moradisaurus, Nigerpeton e Saharastega, temnospondili i cui fossili sono stati il faticoso frutto di una spedizione effettauta dall'autore nel 2003 in Niger; Bunostegos, un pareiasauro del Permiano superiore, lungo fino a 3 metri con un particolare cranio cornuto, anch'esso rinvenuto durante gli scavi in Niger; le impronte di Microsauripus acutipes del Permiano inferiore del bacino di Lodève (nell'Hérault)...
Per ogni esemplare vengono proposte le molteplici interpretazioni possibili, che forniscono l'immagine viva di una scienza in costante revisione e miglioramento. Ad esempio su Longisquama: siamo davvero sicuri che le "scaglie" volanti dell'esemplare avicefalo non possano essere delle semplici foglie deposte sotto lo scheletro durante la fossilizzazione? Oltre a rappresentare le misteriore scaglie (p. 165) che avrebbero permesso al possessore di planare, bisogna prendere in considerazione anche una "vela dorsale" sullo stile del Dimetrodon, forse per impressionare nemici e con un ruolo nel corteggiamento.
Un testo divulgativo che consiglierei vivamente, sia per la vivacità delle illustrazioni (richiamo fondamentale in un testo divulgativo) sia per la gradevole scelta artistica (e doverosa opzione scientifica) di inserire per ogni taxon analizzato fotografie dei fossili più significativi dell'esemplare.
N.B.: The Italian Dinosaur Renaissance strikes back!
A p. 92-94 viene trattato Edingerella madagascariensis, temnospondile marino malgascio. Steyer con queste parole loda il lavoro di Simone Maganuco:
[Edingerella] è l'oggetto dell'attenziaone del mio collega Simone Maganuco. Nel quadro della sua tesi, Simone ha ridescritto dettagliatamente gli esemplari messigli a disposizione dai Musei di Storia Naturale di Milano e Parigi. Questi esemplari sono stati tutti scoperti [associati] ad una fauna che testimonia un ambiente decisamente pelagico [...]. Qual era la morfologia di Edingerella? Di taglia modesta (appena un metro di lunghezza una volta adulto), questo temnospondile possedeva un largo muso appiattito ed allungato. Aveva inoltre dei canali sensoriali dermici lungo la testa, i quali gli permettevano di scappare ai grandi predatori e di scovare le piccole prede delle quali si cibava [...].
Complimenti a Simone Maganuco e a Steyer per il suo compendio di storia naturale.
Ref._
Maganuco, Simone, An exquisite specimen of "Edingerella madagascariensis" (Temnospondyli) from the lower triassic of NW Madagascar : cranial anatomy, phylogeny, and restorations, Milano, Soc. Italiana di Scienze Naturali, Museo Civico di Storia Naturale, 2009. - 72 S.:(eng), Memorie della Società Italiana di Scienze Naturali e del Museo Civico di Storia Naturale di Milano ; Vol. 36, Fasc.
Ora attendo un testo sui dinosauri aviani e non illustrato dalla mano ormai sicura di Bénéteau: date un'occhiata al suo Velocirator piumato cliccando qui. Il sito di riferimento per le illustrazioni di questo paleoilluistratore è Paléospot.

Image: Because the image is a book cover, a form of product packaging, the entire image is needed to identify the product, properly convey the meaning and branding intended, and avoid tarnishing or misrepresenting the image. As a book cover, the image is not replaceable by free content; any other image that shows the packaging of the book would also be copyrighted, and any version that is not true to the original would be inadequate for identification or commentary.

giovedì 5 novembre 2009

Il mensile dalla cornice dorata colpisce ancora...

Esiste un mondo in cui il Desmatosuchus raggiunge 5 metri di altezza e l'Albertosaurus, incurante dei divieti di Tyrannosaurus di abbassare la cresta e di atteggiarsi meno a "re dei dinosauri", può crescere fino a nove metri di altezza.

Questo mondo si chiama National Geographic Italia.

Nell'ultimo numero dell'edizione italiana del mensile, che contiene un articolo dal testo monotono ma con magnifiche illustrazioni (è per la qualità delle immagini che si legge volentieri, no?!) dedicato ai "coccodrilli" di ieri e di oggi, figurano alcuni errori di traduzione davvero enormi. Sono state adulterate le misure di due animali, scambiando l'altezza con la lunghezza. I risultati? Goffi, ridicoli e soprattutto divertenti. A p. 45 un Albertosaurus confronta un Deinosuchus in un'imperiale illustrazione di Raúl Martín (ma...dov'è finito il piumaggio del teropode?): evidentemente il paleoartista dev'essersi sbagliato, poichè il testo dice chiaramente che il Deinosuchus, un coccodrillo del Cretaceo superiore, poteva afferrare con le mandibole un albertosauro alto nove metri e trascinarlo in acqua. Se conoscete il Deinosuchus, vi lascio fare le proporzioni per adattarlo e potergli permettere di afferrare con la bocca un albertosauro di nove metri di altezza.
Ma non finisce qui. A p. 47 una bella fotografia di uno scheletro di Desmatosuchus (benchè, come ha fatto notare Bill Parker cliccando sul link del titolo, la successione osteodermica rappresentata non sia corretta) è accompagnata dalla scritta (in basso): riproduzione di uno scheletro alto cinque metri fotograta presso il Petrified Forest National Park. Vorrei prorpio vederlo uno scheletro di Desmatosuchus di cinque metri di altezza!.

Questa volta non ho nè tempo nè voglia di produrmi in interminabili discussioni. Dovrei fare notare almeno che basterebbe consultare un dizionario di inglese per correggere errori madornali ed imbarazzanti (dove sono finiti i correttori delle bozze?!?). Oppure usare con più attenzione i programmi per scrittura (ho notato che le sviste da "Copia-e-incolla" sono in vertiginoso aumento anche sui quotidiani più blasonati). Ho però trovato la boutade divertente e ho deciso di cavalcare l'onda delle misure prese a caso, calpestando ignominiosamente il lavoro di tanti seri studiosi. Ora ne sono convinto, NG Italia non vale il tempo prezioso per correggere empie sviste; meglio puntare, ove la si trovi, sull'originale edizione americana. Evidentemente la missione principale del National Geographic Italia non è la divulgazione scientifica: l'edizione italiana fa acqua da tutte le parti (paleontologiche). Dico solo questo: io faccio spesso molti errori nei miei posts, dovuti nella stragrande maggioranza dei casi alla fretta, ma non chiedo nè soldi nè ho l'ambizione di diventare un portabandiera dalla gloriosa tradizione scientifico-divulgativa. Diamo corda alla becera traduzione e riaggiorniamo il nostro dossier paleontologico:













[Immagine: modificata da Wikipedia]
Eccovi un Albertosaurus sarcophagus tyrannomimus 9X27 metri [9 metri di altezza X 9 di lunghezza, invece di un più consueto 3X9 m... L'omino che fa "ciao!" con la manina vorrebbe essere certamente altrove.

Il placido Desmatosuchus, lungo sì 5 metri ma dall'aria bonaria e mansueta dovuta ad un tollerabile 1,50 m di altezza, diventa un'impressionante bestia apocalittica, chiaramente un Desmatosuchus imperator degno di presenziare amabilmente in uno dei tanti b-movies con pupazzetti in stop-go motion degli anni '70(probabilmente l'incubo di Bill Parker, il paleontologo che gestisce il blog Chinleana (e che aveva già trattato dell'edizione originale dell'articolo in Finally! Aetosaurs in National Geographic Magazine del 20 ottobre 2009, disponibile cliccando qui e sul titolo del presente post).
[Immagine: modificata da Wikipedia]

lunedì 2 novembre 2009

Pachyrhinosaurus as an Icon: The Baroque Myth of the Dinosaurian Unicorn


[Image: modified from David B. Weishampel, Peter Dodson, Halszka Osmolska (eds.), The Dinosauria, University of California Press, 1992; p. 596]

Il mito dell'unicorno dinosauriano: implicazioni iconografiche

Le corna sono un simbolo di forza, di aggressività, di prosperità. Elevazione e potenza si confondono in questo potente ed arcaico simbolo della falce lunare, della mezzaluna, sovente associate nella loro versione bovide o taurina alla fecondità, le corna ristabiliscono il primato della superiorità: la corona è una potente mezzo di suggestione autoritaria che opera nell'altro immediato riconoscimento del potere, ed impone rispetto quando non sottomissione. Il corno compare storicamente connaturato ad una certa componente fallica e psicologica: simbolo della potenza virile, queren in ebraico vale sia corno che potenza, così come nel latino cornu [in Dizionario dei simboli, J. Chevalier A. Gheerbrant, vol I, p. 321]. Del significato immediato di questo simbolo ne hanno fatto uso Alessandro Magno, gli sciamani nord-asiatici e le divinità induiste Agni e - per traslato - Shiva. Corna possono rappresentare l'illuminazione divina (come nel "Mosè" di Michelangelo): la traduzione di "corna" per "raggiante" ricorre nella Vulgata latina. Le quattro corna dell'altare ebraico degli olocausti sono l'estensione illimitata del tempo, la potenza senza limiti del Signore. Nella psicologia rappresentano l'ambivalenza e la regressione, la tensione tra poli opposti: infatti il diavolo (dia-ballo, colui che divide) ha zoccoli fessi e capo caprino. Nondimeno nella coincidenza simbolica della totalità le corna offrono sia il lato maschile della forza, della penetrazione (lato attivo), sia l'accogliere nella loro forma di ricettacolo (lato passivo).
In quanto potente richiamo mitologico, perciò al contempo espressione psicologica e religiosa, le corna/il corno sembrano difficilmente analizzabili senza considerarne gli attributi simbolici. Che cosa ci può essere di più potente di un simbolo che unisce simbologia rettile (non dimentichiamoci mai del "dinosauro" come prototipo rettiliano) e corna? D'altra parte il serpente tetracornuto o incoronato è un simbolo alchemico. Mi sento autorizzato a trattare tali analogie dalla potente similitudine che opera inconsciamente nell'inconscio dei paleontologi. Il loro universo di riferimento concettuale è pressochè identico a quello degli alchimisti e come tale va ricondotto all'espletazione di un ruolo psicologico di individuazione, ossia di superamento della prima fase della vita (ancora, non scordiamoci che la carriera comincia con il sigillo dell'adolescenza, cioè l'iscrizione all'Università), verso un completo processo individuativo del percorso personale. Lo smembramento del serpens mercurialis è la ricomposizione dell'origine ottenuta a monte del rinvenimento del reperto fossile;
Il drago, ossia il serpente, rappresenta l'originario stato di incoscienza, poichè quella bestia ama soggiornare - come dicono gli alchimisti - in cavernis et tenebrosis locis. Questo stato dev'essere sacrificato, e soltanto in seguito si potrà trovare la via per accedere alla testa, vale a dire alla conoscenza consapevole.
[in Jung, C., G., Opere Complete, vol. XIII: Studi sull'alchimia, Torino, Bollati Boringhieri, p. 1998; pp. 87 e 106].
In questo gioco di rimandi, l'unicorno è l'essere mitologico che appare più direttamente finalizzato a ricoprire un ruolo sia psicologico che religioso-folklorico. Simbolo del Cristo medievale, è conosciuto a partire dalla testimonianza del greco Ctesia (ca. 400 a.C.), che lo ricollega a leggende indiane. Comunemente lo si fa discendere da una fantastica interpretazione folklorica del rinoceronte indiano. Non si capisce però come mai i Greci si siano fatti ingannare da un animale che avrebbero potuto ben conoscere (essendo presente anche in Africa). Esiste difatti una recente interpretazione che vuole come fonte per l'unicorno l'Elasmotherium, vissuto fino al Pleistocene medio (e oltre?). Nell'immaginario (anche alchemico) persiano e cinese l'unicorno era conosciuto, e la zona di diffusione dell'animale comproverebbe se non la diretta coesistenza uomo-animale in tempi (proto)storici almeno un'approfondita conoscenza dei fossili dell'animale.

[Image: Elasmotherium from Wikipedia]
Ad ogni modo, simbolo di purezza e di forza, l'unicorno medievale è in relazione al concepimento senza macchia del Messia tramite questa forma-racconto: può essere catturato solo se preso mentre si trova al riparo nel grembo di una vergine. I cacciatori lo possono uccidere solamente se adempiono prima a questo stratagemma.
Il corno del rinoceronte è un evidente richiamo fallico e di potenza sessuale [cfr. H. Bedermeyer, Simboli, p. 565]. Purtoppo nell'indice del testo più recente uscito sull'unicorno (The Natural History of Unicorns, di Chris Lavers, Granta Books, 2009] non troviamo nè l'Elasmotherium nè Adrienne Mayor, la folklorista che opera nel campo dell'interpretazione dei fossili nel mondo antico e classico.
Esiste però oltre all'Elasmotherium, sul quale torneremo un'altra volta, un altro animale che sembra volersi fare carico di tutti gli attributi psicologici e relgiiosi delle corna, o meglio del corno in qualità rinocerontiana più che taurina, ed è il Pachyrhinosaurus. In quanto "rettile" antico e dotato di protuberanze, come il celebre Triceratops, assomma caratteristiche che ne hanno fatto un ricettacolo di molte e contraddittorie tendenze artistiche. La mia tesi è che così come il Carnevale sta per essere spodestato nell'immaginario adolescenziale-infantile da Halloween - a causa del preponderante afflusso di materiali culturali di largo consumo d'origine anglosassone - così l'unicorno è in via di sostituzione dalla costellazione archetipica dell'inconscio, o almeno dalla sua espressione cosciente e razionale da parte dei soggetti umani. Ho visto i disegni dei bambini in un museo di scienze naturali e sono stato colpito dal fatto che nonostante non vi fossero dinosauri molti, invitati probabilmente a dipingere unanimale fantastico, hanno dipinto dinosauri. Ovvio, l'inconscio non tollera vuoti e i sogni con cavalli cornuti continueranno ad animare le notti dell'uomo: però, in special modo nelle giovani generazioni, chi meglio del terribile rettile può farsi carico del peso del simbolo dell'unicorno? Il Pachyrhinosaurus, il "rettile dal naso spesso", appare perciò un unicorno all'ennesima potenza - sia per grandezza, sia per lontantanza nel tempo (ma non è anche l'inconscio profondamente lontano?).
Questo ceratopside, conosciuto nelle sue due ipostasi scientifiche P. canadensis e lil recentemente descritto P. lakustai, sembra convogliare gran parte dell'attenzione "cornuta" e paleoartistica dedicata al mondo degli ornitischi. Catalizzando l'attenzione è diventato, gioco forza, un ricettacolo di individualità riflesse inconsciamente nella realizzazione artistica dell'oggetto. Così è diventato anche oggetto di uno studio che, sminuendo la presunta intelligenza dell'animale tramite analisi del calco della cavità cerebrale e dell'orecchio interno, sembra testimoniare ben di più:
The small, primitive cerebral hemispheres are particularly interesting, because in modern animals these are the seat of higher behavioral functions such as learning and problem-solving. They are so small in Pachyrhinosaurus that it is tempting to question how sophisticated its behavioral repertoire could have been. Despite the cranial ornaments suggestive of perhaps elaborate behavioral displays and other evidence suggesting herding behavior or even migration, the behaviors of Pachyrhinosaurus were probably relatively simple, stereotyped, and instinctual.
[Quotation from here]. Al di là del riconoscimento del dato bruto e grezzo - che è tale e quale descritto - esso non ci può dire nulla sulla "reale" intelligenza del dinosauro, così come non ci dicono nulla i dati di variazione della grandezza del cervello umano rispetto alle presunte capacità dello stesso - e che sembra suggerire un fuorviante parallelo con i mammiferi e il loro standard attuale. Caso emblematico perchè siffatta affermazione perentoria dichiara prepotentemente l'entrata dell'oggetto di studio nell'ambito dell'inconscio, testimoniando uno scivolamento non controllabile dalla ragione (se mai ciò può accadere in misura chiara)*. Abbiamo per l'appunto sottolineato quella "tentazione" che suona assai ben poco scientifica e che si è imposta nel pensiero degli analizzanti [*= tra l'altro gli autori dello studio avevano già realizzato uno studio sul corno del rinoceronte bianco].
Ora lo spunto del post proviene da un articolo recentemente apparso su The Anatomical Record, 292:1370–1396 (2009) intitolato The Facial Integument of Centrosaurine Ceratopsids: Morphological and Histological Correlates of Novel Skin Structures e steso da Tobin L. Hieronymus, Lawrence M. Witmer, Darren H. Tanke e Pjilip J. Currie.. Questo certaopside presenta, in luogo del solito corno nasale centrosuarino, un'estesa zona di callosità, asperità e scabrosità che coprono in forma di protuberanze l'intera zona compresa tra le orbite e il becco. Due sono state le ipotesi proposte: Sternberg (1950) ipotizzò un sottile rivestimento di pelle indurita. Tale tesi è stata adottata in seguito da Farlow e Dodson (1975) e Sampson et al. (1997). La seconda proposta è stata avanzata principalmente da Currie (1989; 2008) e crede di ravvisare nella strana struttura del dinosauro un potenziale analogo del corno di struttura cheratinosa tipica dei rinoceronti (somiglianza già annotata da Langston nel 1967). Un'alternativa è stata espressa seguendo la traccia della pachiostosi anatomica (e non patologica), cioè l'ispessimento delle ossa al fine di creare una struttura compatta come quella dei buoi muschiati (cfr. Kaiser, 1960 e Langston, 1975).
Questo lo schema proposto, da me adattato e modificato:




[Immagine modificata da The Facial Integument of Centrosaurine Ceratopsids, op. cit., p. 1372]

Al di là dei risultati dell'encomiabile indagine di Hieronymus et alii (a disposizione per il free download cliccando qui), mi preme sottolineare che ancora una volta, come previsto da Ioan Petru Culianu, una volta messo in moto un sistema espandibile potenzialmente all'infinito (ovviamente fino al ritrovamento di nuovi reperti fossili) tutte le potenzialità insite in quel sistema, cioè lo sviluppo degli effetti impliciti (così come una volta approvata una legge oltre agli effetti esplicitati nel testo e previsti vengono a delinearsi con il tempo situazioni non codificate ma sempre all'interno del paradigma della legge) vengono esposte inesorabilmente in un certo lasso di tempo.
Questo breve studio vuole mostrare gli sviluppi del paradigma dello studio citato nelle espressioni artistiche - e dimostrare che in almeno un caso il risultato dell'indagine è stato predetto da un'opera artistica.
Insomma, il Pachyrhinosaurus da fenomeno scientifico è diventato un essere fantastico, ossia virtualmente interpretabile come qualunque altro essere mitologico o vivente declinato secondo sensibilità peculiari dovute allo Zeitgeist o ad inclinazioni psico-sociologiche. Rimanendo nel range offerto dall'ampia forbice delle interpretazioni scientifiche possiamo delineare due filoni: classico-tradizionale (il primo filone interpretativo di cui sopra) e quello innovativo-mitologico (il secondo). Nel primo si tratta di considerare le protuberanze come prive di corno; nel secondo caso invece le opzioni possibili e latenti offerte dall'ampia porzione di muso per un corno di cheratina vengono sfruttate in modo eccezionale. A sua volta il secondo si divide in due sottogruppi: quello rinocerontiano e quello fantastico, nel quale viene abolito qualunque criterio di realtà, cioè l'affidamento ad esempi del mondo naturale attuale o desunto dal record fossile (ciò non vuol dire che non possa essere estratto un cranio simile nel futuro). La terza alternativa non ha trovato molti illustratori, ma dalla mia breve ricerca in rete un possibile esempio può essere scorto nel bel bianco/nero di John Conway.

NOTA alla GALLERY: Images used for purposes of illustration in an educational article about the entity represented by the image. The images are used as the primary means of visual identification of this article topic. The images are used for identification in the context of critical commentary of the work for which they serve as visual art. They make a significant contribution to the user's understanding of the article, which could not practically be conveyed by words alone.(c) of the respective owners as listed below. Images/texts reproduced for educational and non-commercial use. All rights reserved and credited to the holder(s) of copyright(s) - Copyright degli aventi diritto. Tutti i diritti riservati. L'autore dell'articolo è a disposizione degli aventi diritto per la precisazione di dati relativi alla pubblicazione dei testi, delle immagini o per la rimozione delle stesse.

Pachyrhinosaurus C version sensu Hieronynmus et alii:

Del primo fanno parte John Sibbick,

[Image: from here (c)John Sibbick]

Raul Martín

[Image: Barrett, M., Dinosauri, Vercelli, White Star, 2002, p. 84.(c)R. Martín; http://www.raul-martin.net/]

Luis V. Rey,

[Image: Holtz, T. R. Jr., Dinosaurs, Random Press, 2007; p. 287]

Alain Bénéteau

[Image: from here. (c) A. Bénéteau; http://www.paleospot.com/]

Pachyrhinosaurus B version sensu Hieronynmus et alii:

B1_ versione rinocerontiana:

Gregory S. Paul ["Pseudopachyrhinosaurus" futuristico]

[Image: Paul, Gregory S. (ed.), The Scientific American Book of Dinosaurs, New York, Byron Preiss, 2000; p. 384]

Dino-riders [molto simile alla versione pauliana nella presenza di tre corna laterali, secondo la formula breve orbitale/enorme nasale-frontale/breve post-nasale]

Image: from here]

B2_versione "fantastica":

Scultura del Royal Tyrrel Museum [di Brian Cooley]:

[Image: from here (c) B. Cooley]

ritratto di Nima Sassani:

[Image: from here; (c)Nima Sassani 2009; http://paleoking.blogspot.com/; http://sassani-dinoart.webs.com]

Pachyrhinosaurus D version [muskox-like pachyostotic bosses]:

John Conway:

[Image from here; (c) John Conway http://palaeo.jconway.co.uk]

Cosa hanno proposto in modo dettagliatamente espresso nell'articolo citato più sopra, Hieronymus et alii? Precisando che a) Hieronymus et al. hanno con cura testato le possibilità e ala fine optato per la soluzione D (bue muschiato/muskox), e che b) non penso proprio che tale ipotesi possa dire l'ultima parola sul gusto del grande pubblico (perciò prepariamoci a nuove ondate di cornutissimi e stravaganti Pachyrhinosaurus), ecco il risultato:


[Immagine: Modificata da The Facial Integument of Centrosaurine
Ceratopsids...
, op. cit., p. 1393]

Prevedibilmente nel novero delle possibilità grafiche John Conway ha elaborato - e predatato - il modello che al momento è stato proposto come il più probabile allo stato attuale e secondo il team di paleontologi. Le possibilità espresse dagli altri artisti restano valide interpretazioni - magari confermate dalle prossime scoperte. Noto altresì che il futuribile ceratopside di G. S. Paul non è poi tanto lontano dalla realtà, ma appare come una predizione quanto mai possibile; mi farebbe piacere sapere di più sulla possibile relazione tra il Pachyrhinosaurus della serie Dino-Riders e il disegno di Paul (forse Paul si è ispirato al gioco?)...

Refs.[non citate nel testo]:
Currie PJ. 1989. Long-distance dinosaurs. Nat Hist 6:60–65.
Currie PJ, Langston W, Jr., Tanke DH. 2008. A new species of Pachyrhinosaurus (Dinosauria, Ceratopsidae) from the Upper Cretaceous of Alberta, Canada. In: Currie PJ, Langston W, Jr., Tanke DH, editors. A new horned dinosaur from an Upper Cretaceous Bone Bed in Alberta. Ottawa: NRC Research Press. p 1–108.
Langston W, Jr. 1967. The thick-headed ceratopsian dinosaur Pachyrhinosaurus (Reptilia: Ornithischia), from the Edmonton Formation near Drumheller, Canada. Can J Earth Sci 4:171–186.
Langston W, Jr. 1975. The ceratopsian dinosaurs and associated lower vertebrates from the St. Mary River Formation (Maastrichtian) at Scabby Butte, southern Alberta. Can J Earth Sci 12:1576–1608.
Kaiser HE. 1960. Untersuchungen zur vergleichenden Osteologie der fossilen und rezenten Pachyostosen. Palaeontograph Abteilung A 114:113–196.
Farlow JO, Dodson P. 1975. The behavioral significance of frill and horn morphology in ceratopsian dinosaurs. Evolution 29: 353–361.
Sampson SD, Ryan MJ, Tanke DH. 1997. Craniofacial ontogeny in centrosaurine dinosaurs (Ornithischia: Ceratopsidae): taxonomic and behavioral implications. Zool J Linn Soc 121:293–337.
Sternberg CM. 1950. Pachyrhinosaurus canadensis, representing a new family of the Ceratopsia, from southern Alberta. Bull Nat Mus Can 118:109–120.

venerdì 23 ottobre 2009

Spiny sauropods

Sauropodi spinosi o no?


[Image: from here. Used for purposes of illustration in an educational article about the entity represented by the image. The image is used as the primary means of visual identification of this article topic (c)S. Czerkas]

DISCLAIMER: Con la creazione di questo blog non ho voluto infierire su persone in particolare, ma solo ed esclusivamente porre all'attenzione i fattori psicologici, religiosi e sociologici che stanno dietro una certa concezione del "dinosauro".
Le idee di S. Czerkas in merito ad alcune interpretazioni paleontologiche sembrano effettivamente rimandare ad alcuni assunti preconcetti di stampo antibakkeriano.
Dunque, non me ne vogliano i pro-czerkasiani, ammesso che ve ne siano, ma anzi siano questi appunti fonte per nuove ricerche, senza demonizzare nè mitizzare i protagonisti di quest'affascinante campo del sapere, ma riconoscendoli giustamente per quanto hanno fatto e come lo hanno fatto.

Lo spunto per questo post proviene dalla lettura di una nota dovuta a Mike Taylor (glory to the sauropods!) sulle spine osteodermiche del Diplodocus:

Ezra Toranosuke ha scritto:
I was wondering which types of dinosaurs are known to have had that so-classic row of iguana-like spikes on their backs. I know that Diplodocus had them, and it seems that Edmontosaurus and Ceratosaurus did too. But are there any others? And what about those reconstructions that show Triceratops with osteoderms on its back?


Ecco la risposta di Taylor:
No, you don't know that Diplodocus had them. Czerkas (1994) described
fourteen dermal spines found in the Howe Quarry, but among these only ones associated with skeletal remains were found with uninformative rod-like distal caudals that could have belonged to any diplodocoid, or indeed almost any sauropod. So while it is certainly possible that Diplodocus had "that so-classioc row of iguana-like spines on their backs", all we actually KNOW is that SOMETHING had spines on the distal part of its tail.


[Da: http://dml.cmnh.org/2009Oct/msg00636.html]

Dunque qualunque sauropode può aver avuto quelle spine descritte da Czerkas. Non ci sono evidenze positive riguardo Diplodocus. A questo punto mi chiedo se fossero veramente di un sauropode quelle "uninformative rod-like distal caudals". Bisogna fare molta attenzione; non sto parlando di un secondo caso "Archaeoraptor", ma bisogna stare attenti.
Le spine da iguana sulla line dorsale dell'animale erano uno dei punti forti della rivalutazione rettiliana di Czerkas da quando aveva pubblicato l'articolo sullo Stegosaurus in "Dinosaurs past and present". Avevo già scritto di Cerkas in questo breve articolo.
Nella breccia del muro accademico aperta da Bakker, per buoni motivi, sono penetrati anche Czerkas e David Peters. Entrambi fanno o hanno fatto un uso sensazionalistico della ricostruzione artistica, benchè Peters sia giunto troppo tardi per potersi imporre sulla scena. Peters è arrivato a delineare un'alternativa filogenesi dgli Pterosauria grazie a...rullo di tamburi...fotografie scannerizzate e ritoccate con Photoshop. Grazie ai suoi ritocchi, effettuati intenzionalmente e "scientificamente", Peters dichiara di poter vedere e avere accesso a particolari ai quali l'occhio umano non riesce a vedere. Per esempi e critiche non posso che rimandare al commento di Darren Naish cliccando qui. Ammetto che i suoi disegni siano belle colorazioni espressioniste e talvolta orrorifiche, ma non è scienza verificabile. Czerkas ha fatto più o meno la stessa cosa con i dinosauri. Penso non approvasse quasi nulla della nuova ondata bakkeriana. Per salvare il "dinosauro" (o meglio l'idea di "dinosauro") al quale era affezionato e rifarsi una carriera da "scienziato", si è innanzitutto alleato nelle pubblicazioni con l'araldo della Dinosaur Renaissance artistica, Gregory Paul (ripetutamente ringraziato nei suoi articoli cfr. Dinosaur Past and Present vol. II, p. 98) poi ha cominciato a picconare quel poco che restava dell'istituzione accademica, autoproclamandosi precusore bakkeriano(!): Back in the 1980s, most scientists regarded Deinonychus as a scaly dinosaur more reptilian in appearance than bird-like. It would take nearly a quarter of a century to realize that a live Deinonychus would have been covered in feathers. [...] Decades later, Stephen's own research was the first to reveal that smaller ancestors of Deinonychus were not just feathered, but that they had wings and were actually birds which had the ability to fly. [Da qui].
Due file sul dorso di Stegosaurus? No, sono sbagliate, aveva, come anche l'iguana, una fila dorsale evidente. Una schiena elefantiaca per "Brontosaurus"? No, come l'iguana possedeva spine dorsali. Un grigio Carnotaurus con tanti tubercoli osteodermici? Forse, magari cambiava come il camaleonte muta colore [per questi appunti vedi qui]. Due su tre sono speculazioni, una è non verificabile, e sulla terza (le spine diplodocoidi) nutro seri dubbi.
Comincio a sospettare che più che di dinosauri nei testi di Czerkas si parli di erpetologia, o di una fissazione adolescenziale per il "rettile", forse ereditata dal suo lavoro cinematografico nel campo degli effetti speciali anni '70, quando non si truccavano più le iguane per farle assomigliare a temibili dinosauri, ma si creavano modellini per la stop- o go-motion.

[Image from here; Czerkas and a clay-made sauropod].
L'iguana è la chiave per interpretare tutti gli sforzi czerkasiani, il vero fil rouge: "Now we're seeing that at least some sauropods really looked reptilian, as people think of reptiles, with spikes that remind you of very large iguanas," Mr. Czerkas said in an interview. "This could shift some scientific thinking" - confessò una volte a John Noble Wilford, acclamanto autore de "L'enigma dei Dinosauri/The Riddle of the Dinosaur". Continuava il giornalista, nell'intervista pubblicata sul New York Times, il 3 novembre 1992 [titolo: "Familiar Dinosaurs May Take New Shape"] : But paleontologists praised Mr. Czerkas as a careful interpreter of how dinosaurs looked. They also noted that a few previous fossil hunters had found remains similar to the tail spikes cited by Mr. Czerkas, but had never considered their possible significance. Un prudente Kevin Padian chiosò: If we find more evidence like this, we'll be much happier," said Dr. Kevin Padian, a paleontologist at the University of California at Berkeley, who has examined the fossil material. "Then we may be convinced there is no other reasonable explanation."
Ma un indomito Czerkas desideroso di rivincite professionale trionfava: "Until additional physical evidence demonstrates otherwise," Mr. Czerkas said in the Geology article, "the traditional imagery of sauropods without dermal spines is contrary to the evidence at hand and the current understanding of what these dinosaurs actually looked like."A quando una verifica totale (che comprenda un'analisi sociologica e psicologica) di tutti i precedenti czerkasiani? Ecco un articolo che mi piacerebbe scrivere insieme ad un paleontologo.
La morale della fiaba è: il "dinosauro" può essere tutto tranne che un "dinosauro". Andrea Cau può confermare.

NOTA: una traduzione dell'articolo di John Noble Wilford è stata pubblicata sul Corriere della Sera e la potete trovare nell'Archivio storico della rivista, cliccando qui.

POST SCRIPTUM: chiunque sia in possesso di notizie, articoli, note o appunti che mi sono sfuggiti e pubblicati sulle nuove conferme (se vi sono) della spinosa linea dorsale "diplodocoide" nella letteratura scientifica può lasciare un commento! Se mi fossi sbagliato sono pronto a cambiare idea. Insomma, non critico i risultati, ma il metodo (come si è giunti a questi risultati). Qualche affiliato o simpatizzante dei SPOW-keteers può offrire delucidazioni a riguardo?

ADDENDUM: Altre notizie sulla hidden agenda dei B.A.N.D.its (ossia su chi ritiene che "Dinosaurs Are Not Birds")cliccando qui, sul blog "The Bite Stuff".

giovedì 22 ottobre 2009

Intervista geomitologica #3. Draghi, brontosauri & Co.



[Image: Apatosaurus, formerly known as Brontosaurus; from Wikipedia, by artist Jim Robins]

Si conclude con questo post la pubblicazione (con alcune correzioni) dell'intervista di Fabio Manucci a lui rilasciata in occasione dei festeggiamenti per la CENTENNIAL CELEBRATION OF THE BOLOGNA DIPLODOCUS Museo Geologico Giovanni Capellini, Bologna September 27, 2009.

Per le puntate precedenti:
#1. La "sete" del reale
#2. Robert T. Bakker e la rivoluzione post-'68


[Immagine: (C)MuseoCapelliniBologna2009]

Intervista on-line settembre 2009 F. Manucci http://jurassicitalyblog.splinder.com
Geomitologia e paleoarte

© 2009 Leonardo Ambasciano
http://www.geomythology.blogspot.com


3) Quale valore simbolico si può attribuire alla figura dei "dinosauri" nella cultura popolare, ben rappresentati dal Diplodocus "mitologico"? Crede che il ruolo di tale figura sia stato nuovamente "rinnovato" nella società attuale?"

Il dinosauro, inteso come soggetto psicologico, corrisponde abbastanza bene alla versione moderna del mito draco-ofidico. Con quest’etichetta mi riferisco ll’insieme coerente della figura archetipica rettiliana nelle culture folkloriche e mitologiche, ed è in sostanza la chiave di volta per comprendere il successo scientifico, mass-mediatico e culturale della figura del “dinosauro”. Simbolo, e in quanto tale portatore delle istanze polari di bene/male, il rettile è però nell’attualità occidentale, a differenza di tante altre connotazioni storico-religiose, fondamentalmente maligno. Nella sua cattiveria byroniana è “puro”, è un antieroe per eccellenza. Spinto dalla sete di infinito, il dinosauro-rettile è in sostanza un eroe romantico, erede di un passato che seppur glorioso (ad es. i preconcetti presenti nei capitoli divulgativi degli anni ’60-’70 – ancora diffusi in titoli come “L’impero dei rettili”) è destinato ad una lenta ed inesorabile caduta dal Paradiso, ad un declino che è insito nella sua stessa natura. Questa visione è stata tramandata dalla divulgazione scarsamente attenta al progresso scientifico, e trae ancora energia dal naturale ascendente che esercita sull’infanzia. La possanza del “dinosauro”, sfruttata dai musei nella variante degli enormi scheletri di teropodi o sauropodi per motivi commerciali a scapito dei più piccoli reperti fossili, si mischia con la valutazione della figura paterna o familiare, con la percezione magica della realtà, creando una proiezione della volontà di potenza sulla materia inerte che il fossile rappresenta. Inoltre non è esente dall’eco biblico del leviatano, di un animale che è per eccellenza il “totalmente altro” che provoca lo stupore e il sentimento del sacro, ed evoca il fascino e la paura allo stesso tempo.


[Image: Gustave Doré, 1865, from Wikipedia]

Molti paleontologi si sono spesso sentiti in dovere di giustificare la scelta professionale e il lavoro svolto da ricercatori secondo il paradigma della “folgorazione infantile”. Il Diplodocus in questo senso esemplifica in modo perfetto la storia dell’iconografia dinosauriana, dalla figura edoardiana - o post-vittoriana - del titanico ed ozioso sauropode dal lungo collo, intento a brucare foglie emergendo saltuariamente dall’acqua, ai baldanzosi maschi di “Brontosaurus” che lottano attivamente ritratti da Bakker nel 1986.


[Image: From Oliver P. Hay, Proceedings of the Washington Academy of Sciences, vol. 12, 1910, pp. 1-25; Wikipedia]


[Image: Used for purposes of illustration in an educational article about the entity represented by the image. The image is used as the primary means of visual identification of this article topic (c)R. T. Bakker, 1986]

Oggigiorno i sauropodi pur restando un simbolo che rimanda ad un’idea degradante e pachidermica della realtà, allo stesso tempo, grazie all’esile collo da cigno – un richiamo agli uccelli lo troviamo nel branco di Brachiosaurus che intona canti dal primo lungometraggio di “Jurassic Park”– dichiarano apertamente guerra alle griglie razionali della scienza, e recuperano quella pienezza del regno simbolico della coincidentia oppositorum, in cui gli opposti (qui, l’enorme titano e la minuta eleganza degli Aves) si incontrano e convergono verso un unico grande centro, che è rappresentato dal multiforme archetipo del “dinosauro”. Grazie al progresso della tecnologia, e in particolare degli effetti speciali digitali, possiamo ben dire che il “dinosauro” oggi sia stato elevato al rango di vero e proprio modello mitologico.

martedì 20 ottobre 2009

Intervista geomitologica #2. Robert T. Bakker e la rivoluzione post-'68


[Immagine: Diplodocus di Heinrich Harder, da Tiere der Urwelt (Animals of the Prehistoric World), 1916]

Continua la pubblicazione della mia intervista condotta da Fabio Manucci. Il suo blog è tornato attivo lunedì, per cui attendetevi delle belle novità.


[Immagine: (C)MuseoCapelliniBologna2009]

Intervista on-line settembre 2009 F. Manuccihttp://jurassicitalyblog.splinder.com
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2) L'iconografia dei dinosauri si è evoluta nei decenni, non sempre per via della semplice integrazione di nuovi dati scientifici. Potrebbe farci un esempio legato all'influenza di fattori psicologici e sociologici, o comunque chiarirne la
rilevanza nella storia della paleontologia?


I manuali dedicati alla storia paleontologica dei dinosauri ci raccontano che gli anni compresi tra la seconda metà degli ’70 e la prima metà degli ’80, hanno segnato una rivoluzione copernicana nel campo della paleontologia. Questa vulgata, davvero troppo sintetica, non ci dice granché della rilevanza storica del quadro cronologico di riferimento. Mi limiterò a considerare un esempio fondamentale. L’immediato retroterra storico del periodo citato – meglio conosciuto come “Dinosaur Renaissance” – vide il fiorire della controcultura giovanile, della rivoluzione dei costumi sociali che ha segnato il XX secolo. La rivalutazione del concetto scientifico di “dinosauro” si inserisce pienamente in questo background. Il 1968 in particolare, segna il capovolgimento dello status quo: i “figli” contestano e rivalutano ciò che era socialmente sottaciuto o apertamente avversato per erodere il palazzo sociale ed accademico eretto dai “padri”. Nella paleontologia della “vecchia scuola” di stampo tardo-ottocentesco si era imposto un dogma che era riuscito a resistere, fino ad allora, a qualunque intento moderatore: i dinosauri sono rettili antichi e terribili votati inesorabilmente all’estinzione, segno e simbolo di un esperimento di egemonia rettiliana ormai superata. Il rispetto borghese dei padri, dei costumi e della società è stabilito in modo permanente e coercitivo, il rispetto delle idee promosse dall’Accademia è totalizzante. A modo loro, le persone che operavano nella paleontologia dei primi ’60 (giovani studenti e professori universitari) ricreavano su scala minore le tensioni che agitavano la società. Nella paleontologia dei vertebrati lo spartiacque epocale è il 1969: in quell’anno viene pubblicata la descrizione da parte del paleontologo statunitense John Ostrom di Deinonychus antirrhopus, un agile carnivoro di media taglia. Ricostruito graficamente dal giovane studente Robert T. Bakker, questo animale trasmetteva una carica emotiva che era il segno di un’epoca intera e che ne rappresentava lo spirito di rivolta. L’immagine del Deinonychus di Bakker, agile, scattante, ancora squamato come un rettile ma libero dalle costrizioni ideologiche che l’avrebbero voluto lento e goffo, è un’icona paradigmatica, il cui valore storico esula dalla mera constatazione artistica. Non dimentichiamo che nello stesso anno uscì nelle sale cinematografiche “Easy Rider”. La ribellione contro i vertici dell’establishment si è riflessa così nella creazione di un nuovo paradigma scientifico che rispondeva a criteri maggiormente scientifici (pur con tutti gli eccessi iniziali) e decretava la fine dell’obsoleta concezione del dinosauro come rettile perdente e destinato all’inesorabile estinzione. Quello che a cavallo degli anni ’60 del ‘900 cambia completamente l’esito dello scontro, che sarebbe altrimenti rimasto confinato nelle aule universitarie, è il contemporaneo affermarsi della società di massa, - nella quale la notizia veniva riportata soltanto se possedeva una forte componente ensazionalistica ed emozionale. Il paradigma ha successo e in breve diventa popolare. Il dinosauro diventa così un animale attivo, a sangue caldo, intelligente, che si è imposto battendo rettili meno adattati al tempo che cambia, sviluppando l’attitudine al volo ed evolvendo nelle migliaia di specie attuali di uccelli. Questo tipo di “dinosauro” – in cui era facile identificarsi per i giovani di allora – è stato una delle più efficaci, dinamiche e sensazionali “scoperte” della controcultura degli anni ’60, tanto da diventare ben presto un’imbattibile icona commerciale. Gli stessi paleontologi possono o meno rispondere positivamente agli stimoli di fede e di religione, ma certamente non potevano dirsi estranei alla vita sociale loro contemporanea. La paleontologia, come qualunque altra attività umana, riflette lo spirito dello studioso che vi si dedica. Come ha scritto il poeta inglese John Donne nessun uomo è un’isola, e tanto meno lo furono i creatori della rinascita dei dinosauri.

lunedì 19 ottobre 2009

Intervista geomitologica #1. La sete del "reale"


[Immagine: (C)MuseoCapelliniBologna2009]

Comincia con questo post la pubblicazione dell'intervista che lo scorso settembre ho rilasciato a Fabio Manucci in occasione del convegno bolognese CENTENNIAL CELEBRATION OF THE BOLOGNA DIPLODOCUS Museo Geologico Giovanni Capellini, Bologna September 27, 2009. Offrendo una finestra a proposito del suo blog, spero che l'autore dell'intervista, scrittore regolare su Jurassicitaly - fermo però da luglio - riprenda presto a pubblicare notizie dal mondo della paleontologia italiana e completi la galleria di interviste che ha fatto, alcune delle quali rivolte a paleontologi e paleoartisti nazionali e internazionali.
A Fabio Manucci i miei più vivi ringraziamenti.

Intervista on-line settembre 2009 F. Manucci
http://jurassicitalyblog.splinder.com
Geomitologia e paleoarte

© 2009 Leonardo Ambasciano
http://www.geomythology.blogspot.com


1) Di cosa si occupa la geomitologia, e come può trattare paleontologia e paleoarte?
La geomitologia è la scienza che si occupa delle relazioni tra fenomeni geologici e letteratura orale o scritta pre-scientifica. In particolare, studia le descrizioni di questi fenomeni (che possono essere terremoti, inondazioni, resti fossili, etc.) così come sono state codificate nella mitologia e nel folklore. Recentemente Adrienne Mayor ha analizzato le tradizioni delle civiltà greco-romana e delle Americhe nella ricostruzione dei fossili e nella spiegazione delle loro origini. L’autrice ha saputo mettere in luce, con chiarezza espositiva, la relazione tra i fossili di Protoceratops e il modello iconografico e mitico del grifone eurasiatico, le leggende elleniche sui giganti antropomorfi o ciclopici con la scoperta di teschi pleistocenici di elefanti in Grecia, e ha identificato un nucleo di leggende nord e mesoamericane basate o rafforzate dall’osservazione di resti fossili di pterosauri, di mosasauri e delle megafaunae pleistoceniche. Non penso risulti difficile immaginare resti fossili di dinosauri carnivori teropodi come ispiratori della figura del drago cinese ed orientale; ancora oggi ossa o denti di “drago” vengono usati nella farmacopea tradizionale cinese. Già nel 1984 lo storico delle religioni Ioan Petru Culianu descrisse come l’arte del Medioevo e del Rinascimento – probabilmente ispirata dall’attenta osservazione di fossili – avesse saccheggiato forme da sauri corazzati e rettili alati per rendere graficamente le schiere demoniache del Cristianesimo, talvolta in modo così verosimile da precorrere scoperte scientifiche molto più tarde. L’esigenza di dare corpo alle credenze religiose e folkloriche non è altro che testimonianza della sete di “reale” avvertita dall’uomo in ogni tempo. Come ha rilevato anche Julien Ries questo “reale”, fin dai primordi dell’arte paleolitica, è sempre stato identificato nel sacro per eccellenza, cioè in quel sentimento di stupore, di meraviglia, di terrore persino, di fronte al quale l’uomo non può fare a meno di oltrepassare il confine tra fisica (“vivo”) e metafisica (“perché vivo?”). Nella sua dimensione naturale, l’animale si è imposto da sempre quale alter-ego dell’umano (pensiamo alle metamorfosi sciamaniche, agli uominilupo, ai centauri, etc.), ed è diventato cifra di un’alterità inattingibile, di un essere che non è corrispondente all’umano grado di “realtà”. A ragione la paletnologa italiana Pia Laviosa Zambotti ha scritto nel 1952 che “l’animale domina interamente la vita psicologica dell’uomo paleolitico”. Un secondo aspetto che emerge nella relazione tra fossili e credenze religiose è quello psicologico. Purtroppo, nonostante alcuni tiepidi approcci sistematici, è questo un campo ancora in larga misura ignorato o male affrontato. Partendo da una critica ad alcuni assunti di Adrienne Mayor lo psicologo statunitense Michael Vannoy Adams, ha rilevato l’imprescindibile valore dell’autonomia creativa umana: perché è stato usato proprio quel determinato fossile per esprimere un concetto religioso? Questa relazione non deve essere perciò studiata nel limite della mera constatazione iconografica, pena il venir meno di qualunque approfondimento scientifico, ma andrebbe allargata fino a comprendere l’ambito generale, sia esso culturale, sociale o religioso.